Così non va, e allora, che fare?

Un problema cruciale affrontato nella Summer School è stato quello del rapporto fra studio delle lingue classiche (con relativa pratica della traduzione) e approfondimento antropologico degli aspetti fondamentali delle culture greca e romana, problema che comprende anche il modo di entrare in contatto con la cosiddetta ‘ricezione’ del mondo antico.

La debolezza delle attuali soluzioni (in termini di ore di lezione, di strumenti, di formazione e di prove di verifica) è elemento comune di consapevolezza. Non altrettanto lo è, almeno allo stato attuale, l’individuazione, non dico della soluzione, ma di esperimenti possibili.

A evitare che la discussione si trasformi, impropriamente e sterilmente, in una sorta di confronto/scontro fra due posizioni estremizzate, tra chi coltiverebbe “l’idea di abbandonare l’esercizio della traduzione”, come ci ha scritto di recente un collega (all’interno di una lettera più ampia che in seguito pubblicizzeremo, con la relativa risposta) e chi vuole continuare così, come se niente fosse (divenendo ‘oggettivamente’ l’affossatore dell’insegnamento delle materie classiche), pensiamo si possa provare ad avviare una riflessione a più voci sul tema, dandosi come obiettivi sia 1) l’individuazione di forme concrete e attuabili di sperimentazione didattica (senza sacrificare, per chi lo voglia, quel tocco di utopia che fa intravedere anche l’impossibile), dalla lezione in classe, all’uso di determinati materiali fino a una possibile prova finale, sia 2) un incontro da tenersi entro il mese di gennaio a Siena, come primo bilancio della discussione che avviamo sul blog e attraverso altri mezzi.

Come è accaduto per la Summer School, saremo in costante contatto con i responsabili del MIUR che hanno reso possibile la Summer School e che sono fortemente interessati a proposte concrete. La discussione è aperta, dunque, senza una precisa proposta iniziale nel merito, ma avendo certamente alle spalle e in mente le voci che abbiamo sentito sull’argomento durante i tre giorni di Pontignano.

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Salerno, 17 gennaio 1946

5 responses to “Così non va, e allora, che fare?”

  1. Nicoletta Fanelli says :

    Nicoletta Fanelli says : 13 settembre 2012 alle 5:49 PM
    Mi accingo a leggere l’intervento del prof. Spina durante il secondo incontro di Dipartimento di Lettere, visto che nel primo si è già verificato il “confronto /scontro” fra le due posizioni estremizzate previste dal prof.
    Personalmente sono convinta che tra gli obiettivi MINIMI di una prima classe di liceo scientifico si possa anche non porre la competenza di traduzione, proprio per non essere “affossatori” dell’insegnamento delle materie classiche pretendendo ciò che realisticamente solo una minima parte degli studenti di quell’età riesce a imparare a fare!
    Che cosa ne pensate?

    • Silvia Frezzolini says :

      ho letto l’intervento del prof. Spina con il quale mi trovo in perfetta sintonia.
      io insegno al triennio del Liceo classico e sono tenuta all’esercizio di traduzione per potenziare quelle competenze linguistiche che devono permettere agli studenti di superare dignitosamente la seconda prova dell’Esame di Stato!
      certo nell’insegnamento della storia della letteratura trovo che l’approccio antropologico sia vincente: per tracciare quella linea di continuità/alterità tra passato e presente, finalità essenziale dell’insegnamento delle lettere antiche e base fondamentale per costruire il futuro.

  2. rita ferrari says :

    Sono Rita Ferrari del Liceo San Carlo di Modena. Insegno al triennio e condivido la lettera del Prof. Spina. Nella riunione di dipartimento con le colleghe abbiamo affrontato con spirito concorde (lavoriamo insieme da anni)per l’ennesima volta la questione del rapporto tra letteratura e traduzione in vista della seconda prova finale. Crediamo ancora nella centralità del testo d’autore, pur riconoscendone l’obiettivo alto e non raggiungibile da tutti, per non rinunciare al rigore e al confronto serio con la lingua. Il problema è come “sintetizzarlo” e armonizzarlo con il bepiù coinvolgente studio per temi e generi della letteratura e civiltà, magari ideando nuove tipologie di verifica. E’ anche difficile (indipendentemente dalle griglie “oggettive” in uso) stabilire cosa s’intenda per acquisizione minima di competenza traduttiva (senso globale compreso? In che percentuale e lunghezza? Testi molto collegati per senso a quello che si fa in classe? Cf. però l’Aristotele di quest’anno).
    Grazie per il confronto

  3. Monica Niero says :

    Sono Monica Niero del liceo “Majorana-Corner” di Mirano (VE). Insegno sia al biennio che al triennio, durante il quale maggiormente si evidenziano le difficoltà di approccio ai testi in lingua. Con le colleghe stiamo organizzando un gruppo di lavoro proprio sul tema della traduzione e sulle modalità di verifica; constatiamo tutte che per circa metà della classe (ma, si sa, ci sono “ottime annate” come il contrario) è davvero “faticoso” decodificare latino e greco e dar senso ai testi prodotti; non perché sia più difficile di 30 anni fa, ma perché questo sforzo (ad esempio di revisione continua della morfosintassi) non intendono farlo e non ne colgono l’utilità. Ecco la sfida, che vale il rilancio del liceo classico: farla scoprire l’utilità, spendibile in tutti i campi del sapere, così come l’incanto di quei testi. Come? la questione è aperta. Non vorrei poi dimenticare quella parte, seppur minima, che quell’utilità e quel fascino lo coglie immediatamente, per poi proseguire l’approfondimento all’università. Possiamo privare queste eccellenze del lavoro di traduzione? dato che mi conforta: due dei tre 100 della mia classe, nonostante QUELL’Aristotele, frequenta Lettere Classiche.
    Grazie. Da questi confronti verrà qualcosa di buono.

  4. donatella iacondini says :

    Sono Donatella iacondini del liceo Minghetti di Bologna. Leggo che anche nelle vostre scuole ferve il dibattito (talora lo scontro) sull’esercizio di traduzione. Nel nostro liceo quest’anno come dipartimento di lettere abbiamo avviato un aggiornamento sull’educazione linguistica nella didattica per competenze intitolato ‘Insegnare l’italiano e le lingue classiche ai nativi digitali’; siamo al III incontro (di 6) e ne abbiamo ricevuto molti stimoli. La cosa forse più interessante è stata lavorare assieme tra colleghi dei vari licei, classico, scientifico e delle scienze umane: è emerso molto chiaramente come – sia pure con rilevanza diversa – limitare la valutazione delle competenze linguistiche nelle lingue classiche alla prova di traduzione sia per tutti un problema; infatti da una parte limita fortemente le modalità di approccio a queste discipline, dall’altra rischia addirittura di ‘affossarne’ lo studio sia perché la traduzione è una competenza di livello molto alto, sia perché valuta solo una parte delle competenze linguistiche e testuali. Anche secondo noi, come dite, la sfida è anche trovare tipologie di verifica che, senza rinunciare ad un confronto serio con la lingua e alla centralità del testo d’autore, consentano una verifica di competenze linguistiche più diversificate. Mi piacerebbe sapere se anche in altre scuole, come già hanno raccontato Rita Ferrari e Monica Niero, sono attivi gruppi di lavoro su questo tema.

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